Sono
tante le versioni. Eccone una trovata in rete.
Il Pifferaio magico
Hamelin era una di quelle cittadine dove verrebbe voglia di andare a vivere,
se non fosse che ognuno di noi ha già la sua città, il suo
paese, ai quali è affezionato.
Le vie di Hamelin non erano molto ampie, anzi, erano piuttosto strette.
Ma a quei tempi, perché la nostra storia è lontana nel tempo,
non c’erano automobili, quindi vi si poteva passeggiare tranquillamente.
E le persone, incontrandosi, si salutavano.
"Buongiorno, signora Gertrude. Tutto bene anche quest’oggi?".
"Tutto bene, grazie signora Gudrun. E così spero anche per lei".
Una sorta di paradiso terrestre, dunque, con tanti bambini bene educati
che, nelle ore destinate alla ricreazione, ché così si chiamava
lo svago, riempivano d’allegria ogni strada. Se qualche mamma, già
allora, non li voleva per strada, c’erano tanti giardini per rincorrersi
e divertirsi, fuori da ogni pericolo.
Ma un brutto giorno Hamelin subì un’invasione da parte di un
esercito di topi. Erano anzi, quei topi, ben più d’un esercito.
Erano numerosi come mille eserciti. Te li ritrovavi dappertutto: nel letto,
sotto i piatti durante le ore del pranzo e della cena, persino in tasca.
Topi di ogni dimensione e di ogni colore che squittivano, non di rado mordevano
e ormai avevano preso l’abitudine di mangiarsi tutto ciò che
incontravano.
Prima toccò ai cibi delle dispense, poi alle dispense stesse. Quei
topi erano di una voracità incredibile, e non c’era verso di
allontanarli, di metterli in fuga. Non avevano paura di niente.
"Ingaggiamo dei gatti", disse allora il sindaco. E la sua idea
sembrò a tutti geniale. Ne vennero fatti arrivare da ogni altra città,
persino dall’estero.
Tempo due giorni, però, e non solo i gatti non si mangiarono i topi,
ma toccò a loro stessi di esser divorati.
"Proviamo con le trappole", ritentò il sindaco, considerato
il più intelligente dei cittadini (sennò non lo avrebbero
eletto sindaco).
I topi, quando le videro, le usarono per giocarci, facendosi beffe di chi
voleva eliminarli.
Il vicesindaco (che come tutti i vice, in qualunque ufficio, aspirava alla
carica piena), ebbe questa idea, da cui si aspettava la gratitudine degli
elettori: "Mettiamo tante ciotole di latte avvelenato per strada. Non
c’è nulla di più potente del veleno per topi".
I topi ridevano sotto i loro baffi imponenti. Sapevano di essere immuni
dal veleno, perciò bevvero il latte e diventarono ancora più
grossi.
Ma ecco presentarsi al Consiglio comunale, che era riunito in permanenza,
come accade in occasione delle più terribili calamità, un
ometto curioso, vestito in maniera bizzarra: calzoni a più colori,
un gran fiocco per cravatta, e in capo un berrettuccio ornato da una lunghissima
piuma. In mano aveva un piffero.
Egli disse a quell’assemblea di saggi: "Io ho il modo di liberarvi
dai topi. So come fare...".
La risposta non poteva essere che una: ma è noto che i saggi non
si sa mai cosa pensino.
Infine, però, consultatosi con i consiglieri, il sindaco esclamò:
"Se farete una cosa del genere, la cittadinanza onoraria di Hamelin
sarà vostra".
"Non so che farmene delle cittadinanze onorarie", alzò
le spalle il pifferaio.
"E allora chiedete, su...", si mise a trepidare il sindaco.
"Voglio mille fiorini".
Il che era, in moneta d’oggi, l’equivalente di cento milioni
di lire.
E il sindaco, a una voce con i consiglieri: "Non mille, ma cinquantamila
fiorini vi daremo".
Sempre in moneta d’oggi, facendo un po’ i conti, era qualcosa
come cinque miliardi.
"Ci sto", concluse il pifferaio. "Domattina l’assedio
di topi cesserà". E si ritirò nell’albergo di Hamelin
(albergo in parole d’oggi, perché in realtà si trattava
d’una deliziosa locanda, con quel qualcosa di magico che gli alberghi
di oggi non hanno più), dove trascorse la notte.
Ne uscì, come promesso, l’indomani mattina. Uscì in
strada e prese a suonare il suo piffero: una musica dolcissima, strana,
misteriosa, veniva dallo strumento. Una musica che, di colpo, incantò
tutti i topi, i quali si dettero a seguirla. Il pifferaio suonava, e gli
eserciti di topi, a ranghi compatti, tutti dietro a lui. Finché giunsero
sulle rive del fiume.
Il pifferaio avanzò di alcuni passi nell’acqua vorticosa e
i topi, storditi dalla melodia, scordando di saper nuotare, andarono a fondo
nei gorghi e morirono tutti.
Fu accolto come un eroe, lo strambo e magico omino. Lo portarono in trionfo.
Lo applaudirono. Gli prepararono una torta a sei piani, tutta di marzapane.
Egli, comunque, non la degnò d’uno sguardo. Il sindaco però
insisteva, e allora, proprio per fargli piacere ne assaggiò un pezzetto.
L’indomani, si presentò in Consiglio comunale.
"Sono venuto a incassare i cinquantamila fiorini pattuiti".
Il sindaco gli rise in faccia.
"Di che fiorini state parlando, caro il mio signore?".
Il pifferaio non rise affatto. Non era suo costume insistere per ottenere
il dovuto.
Ma il sindaco, tronfio e gongolante, continuava a negare quanto aveva promesso
di sborsargli.
"Siete stato voi solo, caro mio, a parlare di fiorini. E poi l’idea
è stata mia, l’idea di portare i topi ad affogare nel fiume".
Quindi spalancò la porta del balcone del palazzo civico e, rivolgendosi
ai suoi concittadini che vi si erano radunati, annunciò con voce
imperiosa: "C’è qui uno che pretende dei soldi per avere
liberato Hamelin dai topi che l’assediavano. Ma ditemi, amici miei.
A chi va il merito dell’impresa?".
"Il merito va al sindaco", rispose la piazza. E all’indirizzo
del sindaco, che in Germania, per la verità, si chiama borgomastro,
partì un applauso che, non finendo più, si trasformò
in ovazione.
Il sindaco gongolava.
"Visto?", redarguì il pifferaio. "Visto chi ha ragione?
Io ho ragione. Se proprio insistete, se possono farvi comodo, vi farò
dare una ventina di fiorini per il disturbo. Non sia mai detto che il sindaco
di questa città è un ingrato, che non è generoso".
Il pifferaio ci rimase male. Guardò il sindaco dritto negli occhi
e fece sentire la sua maledizione.
"Piangerete a lungo tutte le vostre lacrime, voi e l’intera città,
per questa mancanza di parola".
Ancora il sindaco continuava a ridere mentre il pifferaio, afferrato il
suo strumento, intonava una nuova, diversa melodia.
"Bravo! Suonate ancora, seguitate a suonare. Lo sanno tutti che mi
piace la musica".
Ma, all’echeggiare delle prime note, accadde una cosa strana, poi
curiosa, poi dolorosa. Accadde che tutti i bambini della città uscirono
dalle loro case e seguirono il pifferaio che si stava allontanando, e fecero
lo stesso i bambini che stavano giocando in strada, nei giardini, nei prati.
Tutti allegri, a passo di danza, mentre il pifferaio tirava diritto.
Inutilmente i padri e le madri provarono a richiamare indietro i loro figli.
C’era una forza arcana che li spingeva a proseguire, ignari e incuranti
della sorte che poteva attenderli.
Camminarono per giorni, arrivarono in posti disabitati, ma non provavano
stanchezza, né fame, né sete. Sembrava che solo la musica
li interessasse, che essa fosse il loro nutrimento.
Giunsero infine ai piedi di un’altissima montagna dove, ad un tratto,
si spalancò un enorme portone che il pifferaio varcò.
I bambini lo seguirono. Quindi i battenti del portone si richiusero, e al
di qua del muro ne restò uno solo, che era rimasto un poco indietro
perché zoppo.
Aveva sì implorato il pifferaio di aspettarlo, ma quello non gli
aveva dato ascolto.
Lo trovarono, piangente di delusione, i padri e le madri dei bambini scomparsi.
"E i tuoi compagni?", gli domandarono angosciati.
"Sono andati di là", rispose il bambino zoppo.
"Di là, dove?".
"Dentro la montagna".
Ai genitori non rimase altro da fare che tornarsene in città, con
la morte nel cuore.
Ben presto si seppe che il responsabile di quell’enorme disgrazia
era il sindaco. Non solo perse la carica, ma dovette fuggire da Hamelin,
altrimenti lo avrebbero impiccato.
Il bambino zoppo rimase a testimoniare che non tutti i mali vengono per
nuocere, ma naturalmente ciò valeva solo per lui. Perché invece
i bambini scomparsi dovettero pagare le colpe dei padri, cosa orribile e
ingiusta.
Per fortuna, secondo Provvidenza, pochi anni dopo nuovi bambini vennero
a riportare allegria nella cittadina.
Gli altri rimasero bambini per sempre. Forse diventarono angeli.